11 – L’Ulisse trapanese nell’Ade piemontese

Conosceva il pallone da sempre eppure da sempre gli dava del lei. Come alla zi’ Crocifissa, un donnone di 130 chili che incombeva su via Orfani, appollaiata su un balcone al primo piano da cui non si muoveva mai (forse era incastrata?).

Alla zi’ Crocifissa, in effetti, era legato il suo primo ricordo calcistico. Un giorno – avrà avuto tre anni – il donnone incastrato nel balcone gettò di sotto, al nipote Vito, una sfera misteriosa, che piombò sul selciato con un fragore spaventoso. Quando, molti anni dopo, avrebbe studiato epica al liceo – la sua materia preferita – si sarebbe figurato gli dei dell’Olimpo con le sembianze incombenti di zi’ Crocifissa e le elargizioni agli uomini misteriose e solenni come quella della palla.

Quante partite in largo San Francesco da Paola, dove la chiesa e l’ufficio anagrafe si sostenevano l’un l’altro! Quante volte avrebbe utilizzato l’arco dell’Orologio come porta, fino all’intervento di qualche funzionario pubblico che proprio non poteva esimersi!
Eppure con la sfera magica non avrebbe mai avuto la naturalezza di Vito, il nipote della zi’ Crocifissa, o di Tore, il suo compagno di banco, che con la palla aveva instaurato un dialogo in dialetto trapanese stretto.

Ma se lui, al pallone, non sarebbe mai stato in grado di parlare, l’avrebbe fatto del pallone. Ripassava ancora la lezione camminando verso il liceo, discettando con gli amici di Omero e della diletta Patria (pare fosse indispensabile per ottenere l’agognato impiego pubblico in uno dei tanti uffici della città), e già pensava che il suo destino sarebbe stato un altro. Sarebbe diventato il cantore del calcio: più Cannavò che Brera, s’intende.

Ingaggiato al Mercurio di Trinacria – zi’ Crocifissa raccontava dal balcone che era stata decisiva la raccomandazione di Vito, divenuto assessore provinciale allo Sport – peregrinò per tutta l’isola, ovunque la sfera misteriosa rimbalzasse nel fragore. Milazzo, Aci Castello, Piazza Armerina, Cefalù… Tra graffe e caffè, sigaretta dopo sigaretta, raccontò l’Odissea del Catania di Pedrinho e Luvanor, rimò l’ascesa di Totò Schillaci da Ballarò al Mondo e ritorno, esaltò le fatiche di Calaiò e guidò Ciaramitaro nel labirinto della Serie B.

Di Salvatore Caruso, invece, non aveva mai immortalato le gesta. A dirla tutta, non sapeva neppure chi minchia fosse. Forse era un cugino dell’amante del caposervizio, visto il calore con cui lo aveva incaricato di occuparsene. «Gioca in Piemonte, in una squadra che si chiama Fonte Pellice. Conosci?». «No». «Minchia, neanch’io! Un motivo in più per scriverne!».

E così il cantore del calcio della Trinacria prese l’aereo a Birgi. Sul biglietto che gli aveva procurato il giornale c’era scritto Cuneo Levaldigi. Come avesse fatto Totò a fare il militare qui, tra campi e trattori, fu il primo interrogativo che si pose non appena uscì dal minuscolo scalo. Si girò repentino, sperando invano di avere sbagliato. Poi si rivolse a un taxista, l’unico presente. Parlava una lingua strana, forse di ascendenza germanica oppure franca. Per un attimo pensò che lo pigliasse per il culo. Poi riuscì a farsi capire. Val Pellice, Fonte Pellice, Arena del Pellice (mizzica).

Arrivò che la partita – valida per il terzo turno di Coppa Alpi VIII Serie – stava per cominciare. Non faticò a trovare un posto in tribuna stampa. Era il più elegante dello stadio, con il fazzoletto nel taschino della sua giacca blu di sartoria. Accanto a lui un ragazzetto pestava i tasti del computer, come se ci fosse qualcosa da scrivere sull’infame spettacolo che qualche scarso regista, in quella barbarica terra, aveva allestito sul rettangolo verde!

Focalizzò l’attenzione su Salvatore Caruso: sperava fosse l’unico dotato di talento dagli dei (o almeno da zi’ Crocifissa). Il ragazzo – invece – s’impegnò a fondo nel non distinguersi per nulla e non entrò in nessuna delle cinque azioni che il Fonte Pellice concluse a rete (e neppure commise errori particolari in occasione dell’unica marcatura del FC Ostia M).

Il cantore rimase senza parole. Mai gli era successo prima d’allora. Scese le scale verso gli spogliatoi, a fine partita, senza che qualcuno osasse impedirglielo. Pierpaolo Boldi, il segretario del Fonte Pellice, lo vide avanzare sicuro, nel tunnel umido del vecchio stadio: sembrava Ulisse durante la discesa nell’Ade. «Ah pazzo! Che altra fatica maggiore mediterai nell’animo?», ripeteva tra sé e sé, effettivamente, il celebre giornalista.
Bussò allo spogliatoio. Quando il capitano Emilio Cappelletta aprì la porta, nudo, non fu degnato d’uno sguardo e fu invitato a farsi da parte con un gesto freddo e preciso. Il cantore avanzò, tra scarpe chiodate sporche di terra, asciugamani sparsi sul pavimento e panche di legno. Nel locale calò un silenzio irreale.

Le scarpe di coccodrillo del giornalista scandirono i secondi. Poi, la frase. L’unica possibile. L’unica che potesse dare un poco di dignità a quel misero contesto: «Io venni per bisogno di Tiresia».

Salvatore Caruso non aveva studi classici alle spalle e per lui, Salvini, non era Anton Maria, il traduttore di Omero, ma soltanto Matteo. Riconobbe l’accento, quello sì, ma non si sentì per questo un novello Achille interrogato da Ulisse. Quindi rispose, cercando almeno di essere all’altezza della solennità dell’ignoto interlocutore: «E tu che minchia vuoi?».

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