13 – Il santo che non c’è e la Caporetto viennese

«Ho portato il Cassis de Dijon. Tu completa l’opera, con un paio di buone bottiglie di bianco». Pierpaolo Boldi, il segretario, aveva strizzato l’occhio a Dom: quella sera si poteva transigere. La Fonte Pellice A.C. aveva schiantato I Tortellini nel quarto turno di Coppa Alpi VIII Serie. Non era certo auspicabile festeggiare con sette brindisi, uno per ogni gol rifilato ai romagnoli, ma un bicchiere non avrebbe intaccato i muscoli degli atleti: anzi, avrebbe cementato il gruppo che – piano piano – si stava formando.

Al tavolo della squadra, presso il bar Giallonero, l’atmosfera era allegra, perfino ridanciana. Doriano Barboran, che aveva trovato un posto da titolare grazie all’infortunio di Armando Navarro, aveva sciolto le briglie alla sua simpatia e stava intrattenendo tutti con il fatto di “non avere santi in Paradiso”. «Nessun San Doriano! – diceva con orgoglio -. Siamo tutti inguaribili peccatori!».

Il celebre giornalista trapanese incaricato di scrivere un articolo su Salvatore Caruso, adottato dal Fonte Pellice come un nuovo amico marziano (tipo Mork e Mindy, per intenderci), fu tentato di spiegare che Doriano è un nome adespota – cioè senza santo di riferimento – perché inventato a fine Ottocento da Oscar Wilde. Ma tacque.

Halil Campolat, il portiere de I Tortellini, aveva incassato due gol da lui, più uno a testa da Besuschi, Bergantin, Paggi, Maggipinto e Ravelli. E ora era lì – sconsolato davanti al bancone – che aspettava le pizze da portare via per una mesta cena sul pullman del rientro. «Tutte margherite», aveva detto a Dom, pregandolo di fare in fretta perché li attendeva un viaggio eterno.

Il gestore del Bar Giallonero, tornato oste come ai bei tempi, propose l’aggiunta gratuita di ottimi würstel: «Li faccio arrivare appositamente da Vienna», assicurò, con uno slancio affatto inusuale, per lui, al cospetto di un gruppo di sconosciuti.

Da Vienna al Wiener Sportklub il passo era stato breve. Anche perché – dai ricordi di Dom – si materializzò una partita straordinaria: «Il 1º ottobre 1958 salì al Prater una Juventus colma di campioni. La settimana precedente, nel match di andata disputato al Comunale di Torino, Omar Enrique Sivori aveva fatto impazzire la difesa austriaca, bagnando con tre reti l’esordio suo e della squadra bianconera in Coppa dei Campioni…».

«Il 3-1 aveva illuso la compagine juventina – precisò Dom, al cospetto di Campolat e degli altri ragazzi dell’I Tortellini che si erano fatti avanti -. Pensavano già al prossimo avversario, negli Ottavi di finale. Intendiamoci, non era una sbruffonata: il tecnico jugoslavo Ljubiša Broćić – uno che aveva avuto la faccia tosta di proporsi alla Juve scrivendo una letterina e ripagando della fiducia il giovanissimo presidente Umberto Agnelli con la conquista immediata dello titolo tricolore – aveva a disposizione un drappello di grandi calciatori».

«Tu sei Sivori – affermò il barista indicando senza possibilità d’appello uno degli ospiti, che lo seguivano stupiti –. Tu sei John Charles. E tu Giampiero Boniperti. Con Stacchini e Muccinelli formavate un quintetto d’attacco straordinario. Ebbene: quella sera al Prater non toccaste palla. E gli austriaci del Wiener, onesti pedatori e nulla più, ne rifilarono sette al povero portiere Mattrel», aggiunse lanciando uno sguardo paterno a Campolat, che reggeva le scatole delle pizze fumanti.

«7-0. Fu un disastro, una caporetto. Die größte Sensation im Europacup, titolò un giornale austriaco. Boniperti e gli altri avevano paura di tornare a Torino, tanta era la vergogna. Eppure…». I giocatori de I Tortellini rimasero in sospeso, in attesa della prosecuzione del racconto. «Eppure quella squadra, quella stessa squadra, grazie alle prodezze di Sivori, di Charles e di tutti i compagni, era destinata a sollevare la Coppa Italia e, nelle due stagioni successive, a cucirsi per ben due volte sul petto lo scudetto», li accontentò Dom. Che poi soggiunse: «In fondo, dopo Caporetto arrivò Vittorio Veneto. E Carletto Mattrel, il portierino dei sette gol sul groppone, disputò addirittura un Campionato del Mondo».

Quella sera, sul pullman che li riportava in Romagna, Campolat e gli altri mangiarono la pizza quasi fredda. Ma con uno spirito tutto diverso rispetto a quello con cui avevano lasciato, mesti e pesti, l’Arena del Pellice.

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