14 gennaio 1942: Rasetti, il fabbro che non si piegò all’oppressore

Il 14 gennaio 1942, la Questura di Torino redige una nota biografica su quello che considera un pericoloso sovversivo. Si chiama Antonio Rasetti ed è nato a Pinerolo il 25 novembre 1899 da Giovanni Battista e Lucia Caramellino. Schedato come "comunista", altre volte come "anarchico", la sua è la storia molto particolare – e relativamente poco conosciuta – di una persona con profonde convinzioni, al punto da dedicare parte della vita alla lotta contro l'oppressione. Senza mai piegarsi, nonostante gli anni trascorsi in campi di detenzione, al confino o in clandestinità.
Cresciuto all'orfanotrofio di Pinerolo dopo la separazione dei genitori, Antonio ne esce a tredici anni per andare a vivere con la nonna paterna a Ginevra, in Svizzera. Dopo quattro anni torna in patria e non si sottrae al proprio dovere di soldato: combatte in Fanteria, sul Piave. La biografia ricostruita dalla Questura di Torino lo vuole di nuovo in Svizzera, nel 1921, e poi in Francia, in cerca di lavoro. Svolge le mansioni di fabbro a Saint Etienne e a Lione. È in questo periodo, probabilmente, che matura le proprie convinzioni politiche. Entra a contatto con gli antifascisti espatriati e – dal 1933 – è schedato dalla Polizia francese come potenziale sovversivo. Nel 1936, Antonio Rasetti decide di attraversare clandestinamente la frontiera tra Francia e Spagna, per andare a combattere a favore della Repubblica, contro le truppe franchiste.
Inquadrato nel Battaglione Garibaldi, con compiti d'artiglieria, è segnalato sul fronte di Madrid, poi in Aragona. Dopo la vittoria del generale Francisco Franco viene trattenuto per qualche mese, poi riaccompagnato in Francia. Qui Rasetti, anziché riacquisire la libertà, viene internato: l'atteggiamento della Francia democratica nei confronti dei rifugiati è duro; non bisogna dimenticare che Parigi riconosce Franco subito dopo la sua vittoria.
Tra il febbraio 1939 e l'ottobre 1941 Rasetti – come molti altri ex combattenti delle brigate internazionali – è prigioniero nei campi francesi di Saint Cyprien, Gurs e Le Vernet (sempre nella zona pirenaica). Dopo l'invasione tedesca, la parte meridionale della Francia – con capitale Vichy – collabora attivamente con le forze nazi-fasciste: la polizia transalpina consegna il prigioniero all'Italia e il 14 gennaio 1942 i colleghi italiani completano la scheda biografica, proponendo che «venga assegnato al Confino di polizia».
La decisione viene presa dalla Commissione provinciale torinese e la condanna è severa: cinque anni da scontare sull'isola di Ventotene, dove Rasetti giunge il 27 gennaio 1942. Gian Vittorio Avondo documenta le condizioni di «estrema indigenza» del condannato, privo di adeguato vestiario e di altri generi di prima necessità.
Il confino, per Antonio Rasetti come per molti altri oppositori isolati a Ventotene, finisce nel 1943, quando la crisi del regime ne favorisce la fuga. Il 30 settembre 1943 si unisce alle formazioni garibaldine piemontesi, assume il nome di battaglia di "Riva" e diventa responsabile del servizio staffette per i partigiani guidati da "Barbato" (Pompeo Colajanni), tra la Valle Po e la Val Pellice.

Fonti: Gian Vittorio Avondo, Trent'anni… Il fascismo pinerolese dalle incerte origini al drammatico tramonto, Neos Edizioni, Torino, 2018; Daniele Arghittu, Antifascisti dalle valli per combattere Franco, in L'Eco del Chisone del 6 agosto 2008; www.istoreto.it; www.aicvas.org.

Immagine: Antonio Rasetti in una foto segnaletica pubblicata sul libro di Gian Vittorio Avondo (Archivio centrale dello Stato, Roma).

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