14 ottobre 1918: il dramma dei nostri prigionieri di guerra

La Grande Guerra stava per concludersi. Francesi e inglesi avevano sfondato la linea difensiva dei tedeschi ed anche dai Balcani arrivavano notizie incoraggianti sull'avanzata di truppe franco-serbe nei Balcani. Gli italiani avevano appena occupato Durazzo, in Albania.
Il lungo conflitto, però, aveva causato milioni di morti e il lutto aveva colpito duramente anche il nostro territorio. Sui giornali locali continuavano ad essere pubblicate, ormai in breve, le notizie sui caduti al fronte o – perfino più numerosi – negli ospedali da campo, per tifo, influenza e altre malattie. La diffusione della spagnola, o «grave morbo» come veniva definita all'epoca, costringeva a chiudere la scuole, per evitare pericolosi assembramenti.
E un altro dramma si stava consumando: quello dei prigionieri di guerra, ancora in mano al nemico in rotta. Molti erano stati inviati in campi di prigionia in zone lontane dell'impero austro-ungarico e della Germania.
Nel circondario era stata formata una sezione dell'Unione famiglie dei prigionieri di guerra, che faceva pressioni sulle Amministrazioni comunali per avere risorse da inviare ai reclusi di cui si conosceva il campo di detenzione. In particolare, fu chiesto al Comune di Luserna San Giovanni «di rilasciare alle rispettive famiglie la tessera del burro, lardo, pasta, farina e riso dei nostri prigionieri di guerra, affinché esse possano soccorrerli coll'invio di tali generi alimentari».
La Commissione annonaria, tuttavia, accolse la domanda solo in parte, «subordinandola alle disponibilità del Comune, e limitatamente al riso ed alla pasta». Inoltre le tessere sarebbero state rilasciate solo previa la compilazione di una richiesta formale, controllando per di più l'effettiva spedizione.
La direzione dell'Unione famiglie dei prigionieri di guerra prese duramente posizione: «Prima che quei signori dell'annonaria abbiano misurato, calcolato, ponderato, risolto l'arduo problema sottoposto al loro esame, ed escogitate le misure atte a scansare qualsiasi possibile abuso, possiamo sperare che i prigionieri da tempo restituitici non avranno più bisogno delle loro grazie. Ben si vede che nessuno fra i nostri prudenti amministratori ha un figlio in Austria o in Germania. Ché se uno solo di loro avesse dovuto provare le angosce che tante famiglie vivono da anni, pensando ai maltrattamenti cui sono sottoposti, per parte di un nemico disumano, i loro cari lasciati soffrire la fame ed il freddo, si sarebbe adoperato presso ai suoi colleghi della Giunta, per spingerli a fare alla nostra giusta domanda un'accoglienza più larga e sollecita».
In ultimo, l'Unione polemizzò sulla scelta della Commissione annonaria di favorire gli approvvigionamenti dei villeggianti, «ai quali, forse perché ricchi spendevano assai e procuravano un lucro al Comune, […] non si sono lesinate le concessioni».
La vicenda si protrasse per diverse settimane. Il sindaco e le Giunte di Bobbio Pellice e Rorà accolsero con meno ritrosia la richiesta delle famiglie dei prigionieri: «Un bravo di cuore a quelle ottime amministrazioni – commentò la direzione dell'Unione –. Tenuto conto dell'altitudine di quei comuni constatiamo una volta di più, con soddisfazione, che la luce ci viene dall'alto».

Fonti: La Lanterna pinerolese del 19 ottobre 1918 e del 26 ottobre 1918.

Immagine: Prigionieri di guerra italiani, con elmetto francese, in Alto Adige. Dal sito: http://gebirgskrieg.heimat.eu.

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