15 – Il sogno di Aisha

Se avesse dato retta ai risultati, con la squadra che aveva infilato una serie di sconfitte stupide e pareggi da gambe molli, Aisha Tourn Buonocore non avrebbe certo pensato che quello era un periodo propizio per passi importanti. Ma la Capataz del Fonte Pellice (come la chiamavano i suoi) sentì che quelle giornate tipiche della Valle novembrina, con l’aria fredda ma tersissima che staccava dalla coltre di smog più in basso, la chiamavano a rompere gli indugi.
Così, prese il telefono e fece il numero della vecchina proprietaria dell’area su cui sarebbe dovuto nascere il centro sportivo per le giovanili del Fonte Pellice.
«Buongiorno, signora Nivea, sono...»
«So chi è, signorina» la interruppe un’esile voce tremolante all’altro capo del filo. «Non ricevo molte telefonate. Ha deciso quando viene da me?»
«Potremmo venire domattina. Alle nove le va bene?»
«No, a quell’ora dormo. Facciamo verso le undici. Anzi, per sicurezza le undici e mezza».
Il giorno dopo, la presidentessa del Fonte Pellice, accompagnata dai fondatori del sodalizio Domenico Fenoglio e Ferdinando Motti, partì alle undici e dieci spaccate, con una puntualità che avrebbe fatto vergognare la madre algerina di Aisha. Le sue gambe inguainate da calze nere sotto la minigonna guizzavano nervose sui pedali dell’acceleratore e della frizione, mentre la Mini Countryman scheggiava su per i tornanti verso la borgata della signora Nivea. Non l’aveva ancora incontrata di persona; cercava di immaginarsela dalla voce e nello stesso tempo ripassava a mente le proposte che aveva meticolosamente preparato per la trattativa.
Arrivarono sullo sterrato davanti al rustico, parcheggiarono e bussarono alla porta di legno.
La vecchina che aprì era più o meno come se la aspettavano: piccola, con una crocchia di capelli bianchi e il viso solcato da rughe profonde. Li fissò per un attimo con gli occhi azzurrissimi e li fece entrare.
«Accomodatevi» disse prendendo i soprabiti e accompagnandoli in salotto. «Arrivo subito».
«Dove va ora?» bisbigliò Ferdinando Motti dopo che il cuscino della poltrona ebbe emesso uno sbuffo vagamente osceno sotto il peso del suo deretano.
«Che ne so?» rispose Domenico Fenoglio. «Andrà a prendere i biscottini».
La signora Nivea tornò un istante dopo con una scatola in latta di dolcetti danesi e si sedette sul divano accanto ad Aisha.
«Allora, signorina, vediamo se riusciamo a metterci d’accordo» fece.
«Signora, noi avevamo pensato a una offerta che riteniamo soddisfacente...» disse Aisha, e fece per prendere dalla borsa di cuoio i suoi incartamenti.
«Le farò io una richiesta, e lei mi dirà se le va bene» la bloccò Nivea, e aperta la scatola di latta tirò fuori un pizzico di erba verdina. «Ci sta?»
Aisha restò a guardarla in silenzio.
«Centomila euro» compitò Nivea, iniziando a sbriciolare nel palmo della mano le cimette che aveva tra le dita.
«È una bella somma» schioccò Aisha.
«Sì, cara, ma vede,» ribatté Nivea estraendo un piccolo cartoncino arrotolato dalla tasca del grembiule e appoggiandoselo sopra un orecchio, «io ho ottant’anni».
«Ben portati, signora».
«Grazie» sorrise Nivea estraendo dalla stessa tasca una cartina. «E ho pensato che il mio sogno o lo realizzo adesso o non lo realizzo più».
«Che sogno?»
«Amsterdam» esclamò Nivea posando la cartina sul mucchietto di erba che aveva sul palmo e rovesciando la mano. «Lascio tutto e vado ad Amsterdam. Voglio passare quello che mi resta da vivere a reggae e marijuana».
«Ha le idee chiare» commentò Aisha.
«Ora, il medico dice che camperò fino a cent’anni» proseguì Nivea mentre una nuvola di fumo densa invadeva il salotto. «Per cui devo essere previdente. Ho una pensioncina, ma sa, Amsterdam è cara».
«Perché Amsterdam? Perché non Santo Domingo?»
«Oh, non scherziamo. È piena di cafoni rivestiti e avanzi di galera».
«Ho sentito di un costruttore pinerolese che si è trasferito laggiù».
«Non lo conosco. Scelga lei a quale delle due categorie appartiene. Volete sapere il segreto della mia longevità?»
«Una vita sana?» ipotizzò Domenico Fenoglio.
«Macché. Ascolto il mio corpo. Quando mi chiede rum delle Antille, gli do rum delle Antille. E poi tanto reggae. È un toccasana: guardate gli Skatalites. Una volta ho conosciuto Doreen Shaffer. Ma soprattutto, il segreto è quello».
Nivea indicò la finestra davanti a sé. Aisha, Domenico Fenoglio e Ferdinando Motti si girarono a guardare.
«Quale?» chiesero.
«Che cosa vedete là fuori?»
«A dire il vero, niente» rispose Ferdinando Motti.
«Appunto. La casa più vicina è a due chilometri. Vivere lontano dagli esseri umani, starsene in santa pace per i fatti propri: questo è il segreto per campare a lungo».
«Signora,» riprese Aisha «centomila euro è più o meno la somma che avevo in mente...»
«Sapevo che ci saremmo trovate» si illuminò Nivea spegnendo la cicca nella ceneriera e battendo le mani. «Dato che inizia a fare un po’ fresco, le dispiace se approfitto dei suoi due giovanotti e li mando a prendere un po’ di legna qua davanti?»
Appena Domenico Fenoglio e Ferdinando Motti furono usciti in giardino, Nivea si avvicinò un po’ di più ad Aisha e le prese le mani tra le sue.
«Signorina, non badi alle sciocchezze che ho detto prima. Cerchi l’amore, è l’unica cosa che ci fa vivere. Io ho perso il mio Pietro venti anni fa e ancora porto in petto quel dolore. Lei ha una grande passione per il suo lavoro e sul mio terreno farà qualcosa di grande, ma i suoi occhi dicono che è sola. Lei è così bella, Aisha, cerchi l’amore».
Quando le mani raggrinzite di Nivea si posarono dolci sul suo viso, Aisha dovette sforzarsi per trattenere le lacrime.

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