17 settembre 1902: Il banchiere pinerolese e il crack della Banca Franco-Italiana

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Il mondo finanziario torinese e italiano è scosso da una clamorosa operazione. A Torino viene arrestato, su mandato di cattura spiccato dall’autorità giudiziaria, Roberto Cattaneo, ex-presidente del Banco Sconto e Sete, per il crack della Banca Franco-Italiana. Un analogo provvedimento è preso dal Procuratore del Re nei confronti di Bartolomeo Gullino, che del Banco Sconto e Sete era il direttore. Gullino, però, prova a darsi alla fuga: «O presentisse il mandato di cattura, o fosse avvertito da chi aveva interesse – si legge su La Stampa del 18 settembre 1902 –, il cav. Gullino fuggì da Saluzzo, e pare che, passando per Pinerolo e Fenestrelle, si sia rifugiato all’estero».
Gullino, che sarà rintracciato alcune settimane dopo e posto agli arresti, è persona molto nota a Pinerolo: è proprio all’ombra di San Maurizio che ha costruito la sua carriera, dirigendo l’agenzia pinerolese del Banco Sconto e Seta. Poi negli anni Novanta dell’Ottocento, il passaggio alla direzione generale di uno dei più noti istituti di credito del Regno.
L’arresto di Cattaneo e Gullino segue un'inchiesta condotta dal celebre direttore de La Stampa Alfredo Frassati: il giornalista, noto come “il Catone biellese”: «Nei primi giorni del mese di luglio 1902 erano giunte a La Stampa richieste di chiarimenti sul Banco Sconto e Sete da parte di azionisti, assai meravigliati che, dopo i più lusinghieri pronostici sull’avvenire dell’Istituto, si fosse verificato un pauroso ribasso delle azioni – scrive Luciana Frassati in Un uomo, un giornale –. Due Enti, il Banco Sconto e Sete di Torino – sano e solido anche se modesto – e la Banque Industrielle, priva di consistenza patrimoniale, ma con un nome pomposo, si erano legati in un’operazione finanziaria considerata dal giornale assolutamente disastrosa». La nascita, cioè, di una Banca franco-italiana. L’accordo era stato favorito da due parlamentari, Giovanni Antonio Poli e Maffeo Pantaleoni, prestigioso economista celebre per la sua fiducia nel puro mercato (era un fautore della politica economica del laissez-faire).
Il mercato, invece, aveva rivelato tutti i suoi limiti. Il fallimento dell’operazione brucia milioni di lire, ma emergono robuste commissioni a favore dei mediatori e su Bartolomeo Gullino si concentrano le accuse più gravi. Il 16 giugno 1903, nel riportare notizia della sentenza, La Stampa lo descrive come «l’uomo forte. Con visibile energia domina la commozione profonda. È verde in faccia. Ha gli occhi cerchiati di bistro, ma lo sguardo franco, sicuro, altero. Parla senza esitazione». Uno dei coimputati è consigliato dagli avvocati di non assistere alla lettura della sentenza e il cronista de La Stampa annota: «Sento Gullino che, con voce rauca, ma risoluta, gli dice, prendendogli affettuosamente una mano: “Coraggio, non bisogna lasciarsi accasciare così nelle avversità della vita”».
Il Tribunale penale di Torino, al cospetto di «un pubblico enorme», condanna Bartolomeo Gullino «ad anni 6 di reclusione e L. 9.500 di multa»: è la pena più rilevante (Cattaneo è condannato a un’analoga multa ma a soli due anni di carcere). Entrambi sono riconosciuti colpevoli di truffa.

Fonti: La Stampa, 18 settembre 1902; La Stampa, 16 giugno 1903; Luciana Frassati, Un uomo, un giornale, vol. II, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979.

Immagine: Frammento della prima pagina de La Stampa del 18 settembre 1902.

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