19 – Pensieri di un allenatore che pensa troppo

Si trovava in una gabbia di sentimenti. Non era un pensiero rassicurante, eppure vi si appigliò come al capo di una fune. Credette che a lanciarglielo fosse stata la sua razionalità, o quel che ne restava. Stava annegando nelle sue paure. Salivano, piano piano, come l’acqua in una stanza delle torture. Al mento, alla bocca… Presto sarebbero arrivate al naso. E lui non poteva neppure cercare disperatamente di restare a galla, perché la fisicità non ci sorregge, quando lottiamo con qualcosa di immateriale.
Dopo aver liquidato il Terra d’Otranto e l’Inter FC 1908, la vigilia di Natale il Fonte Pellice aveva schiantato l’Atletico LV: 9-1. Lui, Nedo Megale, l’allenatore di quegli splendidi ragazzi, aveva schierato la formazione perfetta, tutta attacco e complicità. Erano andati in rete in otto: succede solo ai grandi gruppi, in cui l’estro dei singoli passa in secondo piano.
Le parole giuste: Nedo Megale le aveva cercate mentre ancora si giocava, mentre i suoi uomini completavano l’opera a briglie sciolte. Voleva pronunciare un discorso memorabile, negli spogliatoi. Positivo, ma non trionfalistico. Gratificante, ma non definitivo. Doveva a tutti i costi trovare qualche difetto: affinché la squadra non pensasse di aver raggiunto la perfezione. Non si è mai perfetti. E, se lo si è, non lo si pensa.
Quando l’ultimo dei calciatori gialloneri lasciò lo stanzone, regalando una scia di profumo di bagnoschiuma energizzante, Nedo Megale si sentì più soddisfatto che al fischio finale dell’arbitro: la vera partita, quel giorno, l’aveva disputata e vinta nella dressing room. Era stato… perfetto («Vabbè, vabbè, qualche volta lo si è…!»). Aveva ringraziato i suoi uomini per aver onorato l’incontro e l’avversario, attaccando fino alla fine. Aveva esaltato i loro progressi, attribuendo alla loro dedizione tutti i meriti, che pure sapeva essere suoi. Li aveva spronati a onorare fino in fondo la stagione, impegnandosi al massimo per preservare il terzo posto. Ma aveva stigmatizzato l’ingenuità difensiva su palla inattiva che era costata l’unica rete degli ospiti campani. E aveva posto l’accento sull’inutilità di certe leziosità nel finale, che avevano impedito di arrivare in doppia cifra. Nessun nome, nessun colpevole: dovevano meditare tutti.
Infine, aveva suscitato una fragorosa risata collettiva rivelando che il segretario del team, Pierpaolo Boldi, aveva perso mille euro. Li aveva puntati su una larga vittoria del Fonte Pellice, oltre tre gol, ma fino a un massimo di sette. «Bisognava vederlo, quel coglione di Boldi, come si agitava quando Cherubini ha segnato il settimo… Alla doppietta di Maggipinto, che è valsa il 9-1 conclusivo, era abbattuto come un ultras dell’Atletico!».
Assaporando la scia di bagnoschiuma energizzante, Nedo Megale sorrise ancora tra sé. È bello e utile ridere insieme al proprio team, di tanto in tanto. Sempre mantenendo le distanze, ça va sans dire.
La mattina dopo, giorno di Natale, le distanze avrebbe voluto tenerle da Boldi. Il viso un po’ sciocco del vecchio amico era contratto da una rabbia che Megale non immaginava potesse appartenergli. Il segretario del Fonte Pellice aveva suonato al campanello con il gomito, perché tra le mani – come un oggetto temibile e sacro – teneva il suo vecchio e pesante computer portatile. Era aperto sul blog scandalistico “fontepellicevero”.
Tutti sapevano che c’era. Qualcuno ne condivideva gli sproloqui sui social network. Mai però l’anonimo blogger era andato oltre la critica tattica per un giocatore fuori posizione, o per qualche bevuta da parte di un giocatore da Cele o al Britannia.
Questa volta era diverso. Megale lesse. Era riportata, in corpo 14 sul bianco dello schermo, la sua frase irriguardosa nei confronti di Boldi, la sua sciocca battuta, la sua colpa, la sua inadeguatezza.
Ottenuto ciò che voleva, dopo avergli lanciato uno sguardo significativo, il segretario se ne andò senza dirgli nulla. L’allenatore lo inseguì, scapicollandosi giù per le scale, implorando che l’altro si girasse, che almeno lo coprisse d’insulti. Invece scomparve e lui rimase lì, solo, nel silenzio accusatorio del condominio, senza aver ottenuto alcun motivo per sentirsi, almeno un po’, vittima a sua volta. No, era carnefice e basta. Proprio lui che soppesava ogni parola espressa: proprio lui che voleva essere l’allenatore-psicologo duro ma corretto.
E il peggio doveva ancora venire. Fu la moglie Mery – che lo trovò in lacrime sul letto quando lo cercò per aprire lo spumante e ne raccolse le confidenze come quando erano ragazzini – ad aggravare la situazione. Lo fece per amore, d’accordo. Lo fece per offrirgli un alibi a posteriori. Ma trasformò la vergogna di Equizi in umiliazione, sospetto e paura: «Qualcuno ti ha tradito. Chi?».

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