2 – La vecchia Filanda e il ritratto di un cavaliere

Al piano superiore del vecchio stabilimento tessile di Fonte Pellice Aisha Tourn Buonocore si stava consumando gli occhi leggendo alcune scartoffie. Chi fosse passato da quelle parti non si sarebbe stupito nel vedere le luci accese a mezzanotte suonata: per la neo-presidentessa dell’Ac Fonte Pellice era la norma. Da quando era arrivata in valle, aveva preso l’abitudine di ordinare un kebab per cena, mangiare sulla scrivania e restare a oltranza in quella specie di ufficio dentro la fabbrica fantasma.

«E che ci vado a fare a casa?» disse rivolta al ritratto del padre che la fissava arcigno da sopra il tavolo in noce. «Non c’è nessuno che mi aspetta».

Scartabellò i conti dell’anno precedente, poi guardò di nuovo negli occhi il cavalier Chiaffredo Tourn Buonocore.

«Del resto me l’hai insegnato tu che per il successo serve il duro lavoro, no, papà?»

Sì, bambina mia, avrebbe voluto rispondere il cavalier Tourn Buonocore se il dipinto avesse potuto parlare, ma tu stai confondendo il duro lavoro con l’annientamento di sé. Ovvio che non c’è nessuno che ti aspetta se resti sempre qui fino a dopo mezzanotte.

«Storie» ribatté Aisha, che probabilmente capiva il linguaggio dei ritratti. «Sto bene così. Non ho bisogno di nessuno e voglio pensare solo a me stessa. E all’AC Fonte Pellice, la squadra che mi renderà finalmente una vera cittadina della valle».

Guardò fuori dalla finestra. Le poche luci sparpagliate sul costone di fronte brillavano come un presepe timido. C’era un’aria purissima e un cielo ricoperto di stelle.

«Deve essere bello salire il Frioland e guardare la valle di sotto» pensò passandosi le mani tra i capelli.

«Certo che è bello, bambina mia, ci portavo sempre tua madre lassù», rispose il cavalier Tourn Buonocore. «Avessi visto come le brillavano gli occhi quando guardava le luci della vallata che tremolavano sotto di noi».

aisha

Aisha Buonocore, la neopresidentessa della Fonte Pellice A.C.

Aisha si scostò dalla finestra.

«Bene, ci andrò, grazie per il consiglio» disse secca al padre. «Ora vado a casa, ché domattina mi alzo presto. Se va in porto un certo affare, rimedio il più forte attaccante che abbia mai messo piede da queste parti».

Indossò lo spolverino, lo strinse in vita e fece per spegnere la luce, ma prima si girò di nuovo verso la foto del padre.

«Non fare quella faccia, papino» disse, e gli stampò un bacio su una guancia. Poi uscì.

Sotto lo sbaffo di rossetto, il cavalier Tourn Buonocore fece gli occhi ad apostrofo, ma si lasciò scappare un sorriso.

Lo spirito del cavalier Chiaffredo Tourn Buonocore aleggiava sul vecchio rudere industriale accarezzato dal canale che un tempo serviva alla produzione dell’energia elettrica. Nessuno ci aveva messo piede da quando lui, insofferente agli occupanti tedeschi e soprattutto al loro tono di voce, era scappato rocambolescamente verso l’Italia libera.

Dal 1944 al 1950 lo avevano dato per morto nel bombardamento di Montecassino, deportato in un lager, rifugiato sotto falso nome in Uruguay, arruolato nella Legione Straniera. Poi, cinque anni dopo la fine della guerra, si era sparsa la voce che vivesse a Napoli, dove aveva creato un piccolo impero economico producendo caramelle all’arquebuse. «Mai più un’industria tessile, mai più una valle dove i crucchi urlano», si diceva ripetesse ogni giorno, nonostante i tedeschi se ne fossero andati da un pezzo. Aveva cambiato il suo cognome prettamente rorengo, rendendolo più famigliare ai suoi dipendenti napoletani. Aveva accumulato una ragguardevole fortuna, investendola in modo oculato. Infine, in tarda età, aveva impalmato la sua governante algerina, una donna che aveva trent’anni meno di lui e che aveva continuato a dargli del voi, accudendolo finché chiuse gli occhi.

La valle, il cavalier Tourn Buonocore non l’aveva mai più rivista. Sua moglie non sapeva neppure dove fosse. Era stata Aisha – che quand’era morto il padre aveva appena sette anni – a riannodare i fili delle sue origini, dopo aver trovato in qualche vecchio baule dei documenti marchiati “Stabilimento tessile Tourn Boncoeur – Fonte Pellice (Torino)”. Il resto lo aveva fatto la sua disperata immaginazione.

La Val Pellice era diventata la sua ossessione. Non vedeva l’ora di diventare maggiorenne per essere libera di salire in Piemonte e di recuperare un destino che sentiva suo.

Il giorno del suo diciottesimo compleanno salutò la madre, che nel frattempo si era risposata con un altro ottuagenario, prese quattro vestiti, il ritratto del padre e i documenti che attestavano la proprietà del vecchio stabilimento, e salì su treno diretta alla sua terra promessa, sperduta in qualche angolo delle Alpi.

Giunta a Fonte Pellice, andò dal sindaco – cui non parve vero che qualcuno si prendesse la responsabilità della vecchia filanda pericolante – e prese possesso del suo passato (che non aveva mai vissuto) e del suo futuro (che si preannunciava incerto come non mai).

Dopo quattro anni da quel clamoroso colpo di testa, Aisha Tourn Buonocore non aveva amici e non aveva dipendenti. Nessuno l’aveva assecondata nei suoi propositi di riaprire la fabbrica. La chiamavano “la pazza graziosa” e la evitavano, perché non faceva altro che passare le giornate in ufficio come se la filanda fosse attiva a pieno regime. Poi un giorno un vecchio signore le aveva proposto di diventare presidentessa di una squadra di calcio. E lei si era subito immaginata nei panni della mecenate, come se il pallone fosse ancora una cosa da romantici industriali locali e non da fondi d’investimento o da manager con gli occhi a mandorla.

«Ho acquistato Armando Navarro e Libero Maggipinto!», gridò entusiasta al ritratto del padre, rientrando in ufficio all’alba del mattino successivo. Il cavalier Chiaffredo Tourn Buonocore chiese tutti i dettagli delle due operazioni di mercato. Poi ammonì la figlia: «L’importante è che non riapri la filanda! Mai più un’industria tessile, mai più tedeschi che gridano!». Ma Aisha era già scesa tra i telai fermi, per controllare che tutto fosse in ordine.

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