21 ottobre 1883: la coppia che truffava i “merli” galanti

«Il fatto […] accadde nella scorsa estate, epoca in cui abbondano uccelli d'ogni specie, e più specialmente merli. I quali vanno però divisi in due classi: merli a cui si dà la caccia in certe stabilite stagioni e merli a cui è permesso di dare la caccia tutti i 365 giorni dell'anno; salvo però le debite convenienze, consistenti nei mezzi più o meno legali di acchiapparli e spennacchiarli».
Cominciava così, su La Lanterna pinerolese del 27 ottobre 1883, la cronaca della curiosa truffa ideata da due coniugi piuttosto noti in città, che pochi giorni prima erano stati condannati: a un anno e mezzo di carcere lei, a un anno lui.
Il giornalista Forbice – che non faceva nomi – descrisse i fatti con una prosa ironica e divertente: «I coniugi V…, ai quali non fa difetto il bernoccolo delle invenzioni, avevano trovato una nuova industria che esercitavano a danno dei gonzi pinerolesi con sempre crescente fortuna, finché, come è fatale destino di tutte le cose in questo ingrato mondo, la tresca ebbe un fine, poiché nel tender la rete ai merlotti, finirono per restare impigliati in quella del Codice Penale».
La truffa si basava sulle grazie della signora e sull'ingenuità di certi signori: «Madama V., con vezzi e moine, sapeva tirarseli in casa facendo loro venire l'acquolina in bocca, mostrando di accondiscendere a ciò che avrebbe dovuto formare per l'uomo, che anche in certi sublimi istanti della vita non dimentica la Storia Sacra, il frutto proibito. Ma l'incauto Adamo essendo di noi tutti padre, tanto bastava perché madama avesse a tirarsi dietro magari un reggimento. Fatto sta che mentre il merlo stava innocentemente nell'Eden, gorgheggiando con madama, saltava fuori il sig. V., che in questo caso avrebbe dovuto fungere da arcangelo, ma che, invece della spada fiammeggiante, teneva in mano un nodoso randello ferrato».
Secondo la ricostruzione del Tribunale, il malcapitato corteggiatore – sotto minaccia e sentendosi colpevole – acconsentiva ad apporre la firma sotto una o più cambiali. E così i coniugi, ingegnosi e privi di scrupoli, si erano fatti un bel gruzzolo.
Il giochetto funzionò più volte, fino a quando – scrisse Forbice – incappò nella rete della coppia «un malaugurato merlotto che non ne volle proprio sapere di pagare. Racconta costui come sul più bello in cui metteva a Madama gli orecchini lavorati per di lei conto – e si trovava appunto in quella casa per farne consegna – vide uscire dal solito misterioso antro il furibondo e terribile marito, che facendo occhi da basilisco e la voce formidabile, e con tutta l'ira di un marito oltraggiato gli gridò: – Ah! Vi ho colti finalmente! Di qui non si scappa… seduttore!».
L'accusa era la solita: quella di «avergli sottratto l'onore. Ma di tale sottrazione egli doveva subito scolparsi, dicendo che lui di operazioni aritmetiche non ne aveva mai fatte con madama. Forse il malcapitato credette ad uno scherzo di cattivo genere, perché per mettere un orecchino a madama non c'era bisogno di far tanto scalpore. Ma il barbuto capo-mastro gli tolse ogni dubbio cacciandogli sotto il naso una cambiale di lire 1.000, alla quale mancava solo la firma… Dire che quel povero diavolo firmasse con mano ferma sarebbe dire una bugia», ironizzò il cronista.
Il gioielliere, tuttavia, non si diede per vinto e denunciò il fatto alle autorità. Fu quindi istruito il processo, che si concluse con la condanna.

Fonti: La Lanterna pinerolese, 27 ottobre 1883.

Immagine: La testata del settimanale pinerolese che, nel 1883, aveva da poco cominciato le pubblicazioni.

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