24 marzo 1944: Lombardini non si piega alla violenza nazifascista

Jacopo Lombardini non ha mai impugnato un'arma, ma il suo ruolo – nella Resistenza – è stato egualmente molto rilevante. La sua forza erano le idee e la capacità di esporle in modo coinvolgente: questo lo aveva reso un ottimo insegnante e, durante la lotta per la libertà, un validissimo commissario politico.

Quando i nazifascisti lo catturarono, durante un rastrellamento in Val Germanasca, il 24 marzo 1944, si resero conto di avere tra le mani una figura di spicco nel mondo partigiano della nostra zona. Portarono Lombardini a Bobbio Pellice e lo picchiarono a sangue, nel tentativo (vano) di farlo parlare. Lui - altissimo e magro, non più giovanissimo in quanto 51enne - resistette con la forza della volontà. E così fece durante la deportazione, dapprima a Fossoli (Modena), poi a Gries (Bolzano) e infine al campo di sterminio di Mauthausen-Gusen. L'alba del 25 aprile 1945, giorno della Liberazione in Italia, lo trovò ancora vivo, sia pure fortemente debilitato per i tredici mesi di prigionia: prima di fuggire, i nazisti decisero di eliminare diversi reclusi partigiani ed ebrei, tra cui Lombardini, uccidendoli nelle camere a gas.

Si concluse così la luminosa parabola di vita di un uomo speciale, nato e cresciuto in una famiglia di cavatori di marmo di Carrara. Repubblicano fervente, aveva combattuto nella prima guerra mondiale come volontario. Antifascista, aveva più volte saggiato la violenza degli squadristi nell'immediato dopoguerra e nei primi anni del regime. Maestro elementare, persona riflessiva e introversa, trovò nella fede evangelica una nuova dimensione personale. Iscritto alla facoltà valdese di Teologia di Roma, non completò gli studi per una serie di problemi personali (diversi ritengono che sarebbe stato un ottimo pastore). Nel 1940, anno dell'intervento dell'Italia seconda guerra mondiale, si trovava a Torino: divenuto membro della Chiesa valdese, lavorò come educatore al convitto. Dopo l'8 settembre decise di combattere sulle montagne della Val Pellice e della Val Germanasca, a fianco dei giovani valdesi che lo chiamavano "il professore". Per molti mesi fu una figura di grande rilevanza morale nelle fila delle formazioni di Giustizia e Libertà. Con quei ragazzi parlava di tutto: «Letteratura, filosofia, armi, guerra in montagna, storia, politica…», riporta nel suo diario. Poi aggiunge, fiero di essere parte di quel gruppo: «Siamo la Banda del Bagnau; siamo i ribelli contro i quali quasi settimanalmente viene lanciato dalle autorità tedesche o da quelle fasciste un bando che invita o ordina di presentarsi… Siamo liberi qui sulla montagna, e non abbiamo nessuna voglia di tornare schiavi… Siamo i ribelli del Bagnau: i fratelli di quelli delle altre Bande sparsi su questi monti di Angrogna e della Val Pellice, ma non solo di questi…».

Immagine: Jacopo Lombardini in montagna, con un gruppo di giovani. Da Lorenzo Tibaldo, Il viandante della libertà, Claudiana, 2011.

Fonti: Lorenzo Tibaldo, Il viandante della libertà, Claudiana, 2011; Noi siamo i ribelli del Bagnòou, Quaderni multimediali della Resistenza, a cura dell'istituto Alberti di Luserna San Giovanni.

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