4 febbraio 1896: in partenza col treno verso la disfatta d’Africa

Il 4 febbraio 1896 il treno in partenza da Torre Pellice alle 13,50 aveva a bordo tre passeggeri speciali. Erano il torrese Giovanni Cairanti e i villaresi Giovanni Giacomo Mourglia e Giovanni Bonnet: tre infermieri della Croce Rossa.
Poco prima di salire sul convoglio, erano stati festeggiati e salutati con una bicchierata al Caffè d'Italia, alla presenza dei sindaco di Torre Pellice, l'avvocato Pietro Robert, e di tanti amici e colleghi. «Quivi l'egregio prof. cav. Vinay, presidente del Sottocomitato, ed il dottor Canepa rivolsero loro alcune applaudite parole di simpatia e di augurio – scrisse il cronista de La Stampa il 6 febbraio –. Vennero poi accompagnati alla stazione da tutti i predetti che, unitamente agli studenti del Collegio valdese e ad altri cittadini, li salutarono al grido di Viva la Croce Rossa!».
Lasciatasi alle spalle la dimostrazione di stima e d'affetto, i tre cominciarono un viaggio lunghissimo, comune a molti altri giovani italiani: avrebbero raggiunto in treno Napoli, poi sarebbero salpati alla volta di Massaua, via Porto Said e Suez. Cairanti, Mourglia e Bonnet erano infatti destinati «in Africa», per l'esattezza in quella che fu chiamata la Colonia primogenita: l'Eritrea. Stava procedendo verso il momento fatale e decisivo una guerra – quella d'Abissinia – parzialmente rimossa dalla memoria collettiva e non solo perché lontana nel tempo: dopo meno di un mese, il 1º marzo 1896, le truppe italiane comandate dal generale Oreste Baratieri furono infatti sconfitte ad Adua dall'esercito del negus Menelik II. Dei 17.700 italiani che si scontrarono con i circa 100.000 etiopi, ben 7.000 caddero e 3.000 furono fatti prigionieri. Tra le vittime anche uno dei comandanti: Vittorio Emanuele Dabormida, molto noto a Pinerolo perché cresciuto a Buriasco (era figlio del conte Giuseppe, anch'egli generale, a più riprese ministro degli Esteri e della Guerra del Regno di Sardegna). Tentò un ultimo disperato assalto, che gli valse una medaglia d'oro alla memoria.
Si concludeva così, nel modo più tragico e amaro, un conflitto iniziato nel dicembre 1895, quando gli abissini – con cui da anni la tensione era altissima – avevano attaccato a sorpresa alcuni presidi italiani in una zona contesa, la regione del Tigrè. L'offensiva degli etiopi, in larghissima superiorità numerica, sfociò nella tremenda battaglia dell'Amba Alagi, in cui venne annientato il presidio composto quasi esclusivamente da ascari agli ordini del maggiore Pietro Toselli. Seguì l'assedio di Macallè: tra il 15 dicembre 1895 e il 22 gennaio 1896, una piccola guarnigione italiana fu tenuta in scacco da Menelik.
Dall'Italia furono inviati in Africa importanti rinforzi. Tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio partirono in molti, anche dal Torinese: soldati, ufficiali e personale di Croce Rossa, come nel caso dei tre valligiani che lasciarono Torre Pellice il 4 febbraio. Le notizie delle partenze (e quelle, sempre meno sporadiche, dei morti al fronte) comparvero accanto alle cronache delle bicchierate di Carnevale.
Per sostenere l'attività della Croce Rossa in Africa, «dove funziona già una sua ambulanza» (aveva scritto La Stampa il 20 gennaio 1896), si erano impegnati i più importanti filantropi della zona, tra cui i marchesi Luserna di Rorà. Fu così possibile allestire un ospedale da montagna con oltre 100 letti: si rivelarono del tutto insufficienti.
Il 4 marzo, esattamente un mese dopo la partenza dei tre militi della Croce Rossa di Torre Pellice, i giornali riportarono la notizia della «grave sconfitta africana» – avvenuta ad Adua – e delle migliaia di morti e feriti. Furono subito disposti nuovi invii di truppe (a Pinerolo furono richiamati, tra gli altri il tenente degli alpini Stefano Pons, il tenente medico Luigi Vigno, il capitano dei bersaglieri Pietro Antonio Morero). Ma in numerose città scoppiarono tumulti e talvolta la folla bloccò i treni per impedire le partenze. Gli italiani si ritirarono in Eritrea, all'Asmara, e le velleità coloniali del Regno subirono un pesantissimo scacco.

Fonti: La Stampa del 20 gennaio 1896, del 6 febbraio 1896 e del 4 marzo 1896.

Immagine: La battaglia di Adua e la morte del generale Dabormida in una ricostruzione d'epoca.

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