4 – Gioie vecchie di 79 anni e nuove speranze pedatorie

«Il Bologna ha superato l’ultimo ostacolo: anche se il campionato non è ancora finito, può considerarsi come autorizzato a fregiarsi del titolo di campione per un’altra stagione. All’ottenimento di questa decisiva affermazione dei petroniani…». Gli occhi di Nedo Megale incespicarono su una macchia di sporco irreversibile. Poco sotto, uno strappo irregolare come i fiordi della Norvegia, opera di mille pedate, gli impedì definitivamente di conoscere il seguito dell’articolo, datato 3 maggio 1937.
L’allenatore dell’AC Fonte Pellice sentì in gola un fiotto di malinconia: conosceva la storia dell’allenatore di quel Bologna, l’ebreo ungherese Árpád Weisz, perito ad Auschwitz sette anni dopo il trionfo. Eppure, quando qualcuno aveva abbandonato quella pagina della Stampa nella vecchia Arena del Pellice, Weisz era vivo e festeggiava con i suoi campioni. Era come se quei sentimenti si fossero addormentati per 79 anni, tra escrementi di ratto e palle di polvere, sul pavimento del vecchio spogliatoio.
Megale fece scivolare delicatamente il pezzo di giornale nel sacco nero che trascinava con la mano sinistra. Perfino un collezionista di ricordi calcistici come lui non aveva abbastanza fegato per garantire un futuro a quel lurido angolo di giornale riemerso dall’oblio. «Bisogna darsi da fare!» urlò la giunonica Mery, entrando come un uragano nella stanzetta impregnata di muffa.
Nedo osservò silenzioso lo spazzolone brandito dalla donna, intento a disegnare energici svolazzi d’acqua e detersivo sul pavimento di cemento. Il passato, ora, era davvero passato. E un intenso profumo di lavanda annunciava un capitolo tutto da scrivere.
«Sai? Non avrei mai accettato di seguire le giovanili…» disse Megale alla moglie, come se proseguisse un discorso che invece aveva fatto solo a se stesso. «Crei troppe illusioni, sei responsabile di troppe delus…». S’interruppe, perché sulle guance della donna era comparsa una fossetta di rimprovero: non era necessario che lo esplicitasse a parole. Ottenuto il suo scopo, Mery proseguì, indifferente, nell’opera nettatrice. Dopo tre minuti di gesti sicuri – pienamente soddisfatta, nel suo ampio grembiule blu metalmeccanico – scivolò rapida in corridoio.
L’Arena del Pellice, per fortuna, era tanto sporco quanto piccolo. Per spazzare via gli effetti dell’abbandono sarebbero bastati poche ore. D’altro canto, l’esordio della squadra era imminente. Un’amichevole, certo: ma di lusso. Quel diavolo di Boldi – subito a suo agio nel suo ruolo di segretario – era riuscito a trovare, chissà come, una formazione ucraina di IV Serie, in tournée in Piemonte. «Ci faranno a pezzi», si era limitato a dire Ferdy Motti. E nessuno aveva capito se fosse una critica o un complimento a Boldi per la scelta dell’avversario.
Ora, Motti era proteso sulla sua scrivania, entrata chissà come in una stanzetta minuscola. Davanti a lui un ragazzino tremava, vuoi per l’umidità di un autunno precoce, vuoi per l’emozione di essere nell’ufficio di una squadra vera. Il presidente fissò il ciuffo maramaldo dell’imberbe magrolino: «Con quello facevi impazzire le ragazzine all’oratorio, vero?».
Gli occhi del ragazzo si alzarono piano verso il presidente con stupore e imbarazzo. Ebbe la sensazione di aver ascoltato una frase tornata sulla Terra dopo una vacanza di quarant’anni: eccomi qui, dove sono finite le “ragazzine dell’oratorio”? Quel pensiero lo fece sorridere e il sorriso divenne una risata, perché nel frattempo anche Motti aveva cominciato a ridere, sempre più forte.
Si lasciarono con una stretta di mano. Mentre il giovane atleta usciva dal loculo alzando e spostando le gambe affusolate come un opilione, o un lottatore di sumo affetto da anoressia, l’evidenziatore di Motti incorniciò il suo nome su un elenco: Benedetto Besuschi, 19 anni, centrocampista. Aggiungendo a penna, nello spazio a fianco: «Forma accettabile, movimenti sgraziati, carattere positivo».
«Dovresti usare Excel», sentenziò un tizio avvolto da un’aura di acqua di colonia che era rimasto sin lì in silenzio, aggiustando con noncuranza la sciarpa di seta da dandy che non abbandonava mai. I suoi biglietti da visita, freschi di stampa, lo presentavano come Alexander Armellini, talent scout del Fonte Pellice. Era stato insegnante di Ferdy Motti al liceo ed erano diventati amici nonostante Armellini lo avesse rimandato di inglese e Motti gli avesse tagliato le gomme dell’auto: un rapporto nato in quel modo avrebbe resistito a qualsiasi avversità.
«Te lo do io, Excel…», borbottò il capo del Cda scorrendo con il dito medio la colonna di identità in fase di scoperta. «Avanti il prossimo!», gridò infine rivolto verso la porta del loculo, da cui continuavano a entrare – da due ore abbondanti – umidità autunnale e speranze pedatorie.

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