6 – Il ricordo di Superga e una vigna che offre ottimo vino

Resse lo sguardo per tre, eterni secondi. Poi abbassò gli occhi. Era difficile sostenere questo genere di sfide. Qualsiasi genere di sfide, a dirla tutta.

Percepiva in modo fisico la sua straordinaria inadeguatezza. Si manifestava come una peperonata fiera di restare sullo stomaco nel cuore di una notte insonne.

Il muto risentimento allignato sotto i baffi di suo padre per la laurea mancata (tu sei mai riuscito a passare Diritto privato, papà?)… Il saluto involontariamente beffardo di Francesca mentre saliva su quell’arrogante aereo per gli Stati Uniti (credi davvero che non ti innamorerai di un fottuto nerd del Mit, Fra?)… Il gravissimo infortunio al crociato che doleva, nell’anima, da quel giorno di maggio di cinque anni prima, quando aveva sporcato d’erba la maglia della Primavera granata rotolandosi tra zolle e urla (grazie, dottore, per la squisita sensibilità nel dirmi che sarei tornato a correre normalmente, mentre piangendo archiviavo tutti i miei sogni)…

Ora era lì, a 25 anni, senza laurea, senza donna e senza ambizioni: trequartista di una squadretta di periferia. E non riusciva neppure a reggere lo sguardo del gestore di un bar.

Non era un bar qualsiasi, certo. Non era neppure un tipo qualunque, il gestore. Aveva servito da bere a calciatori veri, lui! E questo pensiero coprì di un altro strato di tristezza la cupa giornata di Salvatore Caruso.

«Siamo scarsi, Dom», sussurrò Salvatore fissando il sottobicchiere della sua birra. Nessuna risposta. Un minuto di silenzio. «Abbiamo perso 2-5 all’esordio. Siamo scarsi», ripeté il ragazzo riportando lo sguardo sul barista (dai, Dom… Non vedi che ho bisogno di una parola?).

Dom si accarezzò la barbetta bianca per nascondere il mezzo sorriso di benevolenza che non era riuscito a trattenere. «Hai la faccia di uno dei sopravvissuti di Superga – si decise finalmente a replicare -. Ma non è precipitato nessun aereo». «A Superga non ci sono stati sopravvissuti», obiettò Tore. «Lo dici tu, ragazzo». E dagli occhi di Dom partì una saetta (cavolo, Dom… mi fai paura, così).

«Sauro Tomà, ad esempio - puntualizzò il barista versandosi un goccio di vino -. Non era sull’aereo. Si era da poco infortunato al ginocchio. Niente amichevole a Lisbona per l’addio di Ferreira, niente schianto al ritorno a Torino» (un infortunio simile al mio… e gli ha salvato la vita!).

«Ricordo bene lo sguardo di Sauro, negli anni successivi alla tragedia (ma quanto diavolo sei vecchio, Dom?). Dev’essere terribile sopravvivere a una leggenda. Ma lui era un uomo vero. È riuscito a gestire ciò che il destino gli aveva riservato».

«Nella mia vita non è precipitato nessun aereo, Dom» (solo le mie ambizioni si sono sbriciolate insieme ai miei legamenti). «Appunto. Ma un infortunio al ginocchio, esattamente come a Tomà, ha tracciato davanti a te una strada diversa. Non conduce alla Serie A, d’accordo, ma è comunque la tua. E dovunque ti porterà, vale la pena percorrerla». (…)

Dom gustò con enorme soddisfazione un sorso di vino: «Sai - riprese -, anch’io avrei potuto avere un destino diverso. Quando ero bambino, mio padre vendette tutta la terra di famiglia per trasferirsi a Torino. “Non ci avrei ricavato mai niente di buono”, ripeteva sconsolato a mia madre, per autoconvincersi, mentre facevamo i bagagli. Lei piangeva, piangeva in silenzio. Ha continuato a farlo anche nelle nostre due stanzette a borgo San Paolo, mentre mio padre si spaccava la schiena in Fiat e lei badava a noi ragazzi. E mentre l’acquirente della nostra terra, che ci aveva offerto una miseria, mise su una delle più belle e redditizie cantine di La Morra» (cazzo, Dom…).

Il vecchio sorrise sereno: «Questo è il vino prodotto sulla collina che appartenne per generazioni alla mia famiglia – disse allungando il bicchiere verso il ragazzo -. Assaggialo, è buono. Quella vigna non è più nostra, con tutto il suo carico di ricchezza: ma non vedo perché dovrei rinunciare a gustarne i frutti, crogiolandomi nei pensieri di quello che avrebbe potuto essere e non è stato». (…)

Proprio in quell’istante, un braccio ossuto cinse la spalla di Salvatore: «Ehi, mitico… Mi spiace aver sbagliato malamente quella palla. Cavolo, me l’avevi messa precisa precisa sul piede!». Era Antonio Cherubini, detto “soldatino” per la sua dedizione (se solo sapessi crossare o tirare, Antonio!)

Salvatore Caruso ritrovò in fondo al cuore un mezzo sorriso: «Avremmo potuto portarci in vantaggio!», sottolineò con tono di finto rimprovero, mentre colpiva con il rovescio della mano il petto del giovane compagno. «Ma accidenti, Antonio, è stata solo la prima partita. Ti giuro che – se il destino ci permetterà di reincontrare questi Carciofini la prossima stagione – non avranno vita così facile come oggi».

Caruso si voltò verso il bancone, cercando l’approvazione di Dom. Ma il barista era già sparito nel retro.

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