7 aprile 1944: Artom, il giovane ebreo che lottò in valle per una nuova società

Era un giovane di talento, Emanuele Artom. Nato ad Aosta il 23 giugno 1915 in una famiglia benestante e colta di religione ebraica, aveva studiato dapprima a Torino e poi a Milano, dove si era laureato in Lettere con una tesi su Il tramonto degli Asmonei. Aveva davanti a sé una luminosa carriera di storico, che però gli fu preclusa dal rifiuto di aderire al fascismo e dalle odiose leggi razziali promulgate pochi mesi dopo la sua laurea.

I suoi ideali lo spinsero, durante la guerra, a restare in Italia anziché trovare rifugio in Svizzera. Dal 1940 al 1943 fu tra i protagonisti della vita culturale di Torino. I suoi diari sono una fonte preziosa di informazioni su questo periodo difficile eppure vivace, in cui Artom collaborò con Utet ed Einaudi. In contatto con Cesare Pavese, si occupò di storia antica e di storia ebraica. Maturò una netta avversione ad ogni forma di nazionalismo, sognando un mondo basato sui principi federalisti e non sulla prevaricazione di alcune nazioni sulle altre. Costretto dal regime, nel 1942, al lavoro manuale obbligatorio, visse quest’esperienza con grande ironia. Sotto le bombe alleate, descrisse il comportamento della città, sgomenta e terrorizzata.

Il giorno successivo all’armistizio, s’iscrisse al Partito d’Azione e aderì alla Resistenza: non tanto come strumento di lotta armata, quanto piuttosto come tentativo di rifondare la società, improntata a una nuova etica e moralità. Lasciata Moriondo, presso Chieri, la località dov’era sfollato, si mise in viaggio verso la Val d’Angrogna, dove - con il nome di Eugenio Ansaldi - entrò nelle bande partigiane di Italia Libera. Fu delegato del Partito d’Azione presso i garibaldini di Barbato, a Barge. I suoi solidi valori antifascisti non gli impedirono di vedere limiti ed errori della lotta partigiana: «Gli uomini sono uomini», scrisse sui suoi diari nell’autunno 1943.

Alla fine dell’anno fu commissario politico presso i gruppi di Giustizia e Libertà della Val Pellice e operò tra la Sea, gli Ivert e il Bagnòou. Poi si trasferì in Val Germanasca.

Dopo aspri combattimenti, cercò rifugio in quota insieme a Gustavo Malan, Giorgio Segre e Ruggero Levi. Dalle parti del colle Giulian, che separa la Val Germanasca dalla Val Pellice, il gruppo fu intercettato dalle SS italiane. Malan e Segre riuscirono a darsi alla fuga, Artom e Levi furono catturati.

Recluso nel Municipio di Bobbio, poi nella caserma di Luserna San Giovanni, dove condivise la prigionia con Jacopo Lombardini, venne riconosciuto come ebreo e torturato con ferocia. Non parlò. Trasportato alle Carceri Nuove di Torino, morì il 7 aprile per le conseguenze delle sevizie. Venne sepolto in un luogo imprecisato, lungo il Sangone, nei paraggi di Stupinigi.

Fonti: www.museotorino.it, Emanuele Artom, Diari di un partigiano ebreo, a cura di Guri Schwarz, Bollati Boringhieri, 2008.

Immagine: Il ritratto più noto di Emanuele Artom.

1 Response

  1. Laura ha detto:

    Mi sembra che venne riconosciuto come ebreo da una persona che lui stesso aveva aiutato tempo prima..

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