7 – La fragile felicità di El Caracol

«Qui no», disse con durezza Marino Paggi, impedendo al nuovo arrivato – allargando il ginocchio – di sedersi vicino a lui in spogliatoio. Per un attimo, il baffo chiazzato di bianco di Armando Navarro tremò. Nonostante non conoscesse l’italiano, il colombiano aveva abbastanza esperienza di vita per comprendere il senso delle parole pronunciate da quel ragazzino e, soprattutto, i sottintesi che recavano con sé.

In altri luoghi e in altri tempi la sfida non sarebbe caduta nel vuoto. Anzi, a cadere rovinosamente sarebbe stato quel mocoso indisponente. Invece Armando Navarro represse il moto di rabbia, placò il baffo e si sedette in silenzio in un altro angolo della stanza, il più umido e buio.

Alex Cherubini considerò che nessuno sapeva nulla di quel vecchio sudamericano che avrebbe potuto essere il padre biologico di mezza squadra. Così, quando Paggi lasciò lo spogliatoio – per primo, come imponeva agli altri per ragioni scaramantiche – sorrise a Navarro e ricorse al suo spagnolo traballante, appreso guardando i film western: «Que pasa, amigo?». Il colombiano alzò il baffo per abbozzare un sorriso amichevole, ma non rispose.

Sui social network, l’arrivo di Armando Navarro al Fonte Pellice era stato salutato con sospetto e derisione. Sulla pagina Facebook “Gialloneri siamo noi”, che riuniva i primi tifosi del club neonato, era stata lanciata una crociata contro i «pensionati che tolgono il posto ai nostri ragazzi». Particolarmente attiva era stata Virginia Roncolati Paggi, la madre di Marino: «A me frega nulla, perché tanto mio figlio non lo smuove nessuno (e vorrei vedere). Ma non vorrei essere la mamma di Medeossi o di un altro difensore, che ha fatto tanti sacrifici per essere qui e ora si vede soffiare la maglia da titolare da un vecchio trovato chissà come sul carrello dei “bolliti”».

Il paragone culinario era stato tra i più gentili. Tra gli altri commenti diversi cominciavano con il classico: «Non sono razzista, però…».

Armando Navarro non bazzicava né Facebook né Twitter, eppure aveva percepito pienamente l’ostilità che lo circondava. Era vecchio, era straniero, era fuori posto. Perfino in Baviera, dove aveva giocato nelle ultime dieci stagioni, era stato accantonato come un oggetto obsoleto. Il suo corpo e la sua anima si erano coperti di polvere. A 35 anni se ne sentiva addosso almeno il doppio.

L’inattesa telefonata di quella donna lo aveva scosso dal torpore che lo stava cancellando dal mondo. Era da un secolo che non si sentiva chiamare señor Navarro. Lei si era presentata come Aisha, o qualcosa del genere. Era rimasto sorpreso e onorato che qualcuno s’interessasse ancora di lui. Eppure aveva deciso di declinare l’invito: era troppo vecchio e troppo fuori forma per ricominciare tutto da capo, ancora una volta, come aveva fatto in Germania, in Olanda, in Turchia…

Poi Aisha gli aveva detto quella frase assurda e così fuori posto in bocca a una giovane donna come lei: «Sa cosa penso? Che lei ed io siamo due chiocciole». Caracoles? Bueno, puede ser. «Amiamo la lentezza, disponiamo di antenne sensibili. E abbiamo bisogno di un guscio dove rintanarci, per ritrovare noi stessi. Io l’ho trovato a Fonte Pellice. E mi piacerebbe che fosse così anche per lei».

Protetto dal suo nuovo guscio, Armando Navarro salì le scale dello spogliatoio ed entrò in campo – all’Arena del Pellice – per il primo match di campionato della storia del Fonte Pellice. Non sapeva nulla del luogo in cui si trovava. Non conosceva né compagni né avversari. Eppure si sentiva a suo agio. L’allenatore gli aveva chiesto di dare il massimo per mezz’ora, poi l’avrebbe sostituito: dopo tanta inattività non aveva fiato, sarebbe diventato un peso per i compagni. Ma in quei trenta minuti, Armando Navarro, El Caracol, lasciò il segno due volte, con due tiri di rara precisione e potenza. La sua specialità.

Poi si accomodò in panchina. Senza di lui, il Fonte Pellice subì la rimonta del Rizla 03, una squadra napoletana forte e smaliziata. Sul 2-2, Navarro – tra lo stupore di tutti – uscì dal suo guscio, infranse il silenzio e iniziò a incitare i compagni, a dispensare consigli, a sostenere chi stava cedendo. Come se fosse una formula magica, la litania spagnola del vecchio colombiano esaltò Cherubini, rinfrancò l’infortunato Bergantin, incoraggiò Musta, aiutò Raso a parare l’impossibile… E il pareggio – al fischio finale – poté essere accolto per ciò che era: un mezzo miracolo.

Abbracci, pianto, emozione. Il Fonte Pellice, ora, poteva davvero definirsi una squadra. Dopo diversi minuti di gioioso stordimento, tutti si misero a cercare Navarro, per coinvolgerlo nella festa. Ma El Caracol era già tornato nel suo guscio. La sua felicità era ancora troppo fragile per poter essere condivisa.

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