Aveva solo 31 anni, Ermanno Geymonat, quando morì nella sua
Torre Pellice, il 7 luglio 1925. Tuttavia si era fatto un nome del mondo del
cinema delle origini, come giornalista di settore, critico cinematografico, soggettista
e infine come regista.
Era nato il 5 giugno 1894 e aveva ereditato la passione per
la nuova arte dal padre Edoardo. Questi, infatti, era il gestore della Sala
cinematografica Garibaldi, attiva a
Torino in via Garibaldi 13. Nel piccolo mondo del cinema delle origini i ruoli
non erano ben definiti: tutti facevano tutto. Nel 1913 operò sempre a Torino –
in via Assarotti 4 – una casa di produzione nota come Geymonat Film. Le notizie al riguardo sono frammentarie e contraddittorie.
Stando al database dell’Anica, essa produsse
sette film, di cui non si sa nulla fuorché il titolo e il metraggio: Il convegno (m 160), La figlia della
gitana (m 265), Il figlio del
commissario (m 260), La marmitta infernale (m 160), Nobili
cuori (m 187), Son tornata, mamma! (m 1.000), Il
vecchio pastore (m 173). È probabile che la Geymonat Film sia stata un’iniziativa imprenditoriale di Edoardo: altre
fonti, però, la attribuiscono a un giovanissimo Ermanno.
Di
sicuro Ermanno – in quel medesimo 1913 – si fece conoscere come critico
cinematografico sulle prime riviste specializzate. Ad esempio, sul
numero 62 di Cinema, datato 25
ottobre 1913, recensì Ma l’amor mio non
muore, il film più celebre della produzione italiana fino alla Grande
guerra: «Dell’interpretazione della Borelli non possiamo dire che bene:
l’insigne artista è stata pel cinematografo l’eguale regina del palcoscenico,
benché sia preferibile nelle scene d’azione che nei momenti in cui deve
estrinsecare i vari sentimenti che l’agitano. Ottimo come sempre il De Riso
nella parte di impresario teatrale: troppo veemente e scalmanato il Bonnard,
che persiste nella pessima abitudine di esagerare nell’uso dei belletti, i
quali danno alla sua fisionomia un non so che di spettrale, che stona assai».
Ermanno Geymonat – avvocato per volere del padre – si
appassionò talmente alla nuova arte da presentarsi al grande produttore Arturo
Ambrosio, proponendosi come soggettista. «Il papà della cinematografia italiana
– scrive Giulio Ferrario su La Rivista
cinematografica – aveva squadrato curiosamente quel ragazzo lungo lungo,
dal profilo aristocratico, dai grandi occhi scintillanti d’intelligenza, e gli
aveva detto: “Provi a scrivermi qualcosa!”… Ermanno Geymonat quel giorno, col
cuore gonfio di speranza, buttò giù due soggetti che consegnò tremando al
giudizio di Ambrosio. Il Cavaliere li lesse attentamente ed abbozzò uno di quei
suoi famosi sorrisi, che spesso danno l’impressione di essere molto vicini a
toccare il cielo con un dito (…). Vennero fuori quei due gioielli di comicità
che sono Finalmente soli! e Che rassomiglianza!».
Al felice esordio come soggettista di Ermanno Geymonat seguì
purtroppo una pausa per la guerra. Tenente del Genio, il giovane torrese si
prodigò nelle retrovie, impiantandovi diversi cinematografi ambulanti per
sostenere il morale delle truppe. Finito il conflitto, ricominciò a occuparsi
di sceneggiature per l’Ambrosio Film.
Nel 1919 fu finalmente promosso regista, firmando – con l’aiuto dell’esperto
Roberto Omegna – Passione slava, con
Dirce Marella, Giovanni Cimara e Roberto Villani. Seguirono altre sette
pellicole, in cui diresse i principali attori del tempo.
«È un carattere energico, attivissimo – lo descrisse Giulio Ferrero su La Rivista cinematografica –. Quando mette in scena egli sa
trasfondere tutto il suo pensiero nell’anima degli attori, i quali a poco a
poco si sentono trascinati dalla sua voce, dalla sua foga, e, diciamo pure,
dalla sua genialità».
Ermanno Geymonat cessò di vivere dopo diversi mesi di
malattia. La necrologia, pubblicata su La
Stampa dell’8 luglio 1925, lo definì avvocato, senza alcun cenno alla sua
passione per il cinema. Morì «tra le braccia della Mamma per la quale furono
l’ultima sua parola e l’ultimo sorriso». La sepoltura ebbe luogo lo stesso
mercoledì 8, al cimitero di Torre Pellice.
Immagine: Un ritratto di Ermanno Geymonat, da La Rivista cinematografica n° 23-24, 10-25 dicembre 1920. Accanto, la copertina della rivista.
Fonti: Daniele Arghittu, Un film lungo 120 anni, su L’Ora del Pellice n° 3, Primavera 2017; Cinema n° 62, 25 ottobre 1913; La Rivista cinematografica n° 23-24, 10-25 dicembre 1920; La Stampa, 8 luglio 1925.