Il 15 luglio 1976 morì travolto da un’auto, in corso Belgio a Torino, Roberto Terracini: un grande scultore del Novecento, celebre per il realismo delle sue forme e per l’ispirazione rinascimentale delle sue opere. Dai suoi ritratti – dissero gli esperti – traspariva grande sensibilità e una fine interpretazione psicologica.
Nato a Torino nel 1900, in seno a una famiglia israelita, fu un talento precocissimo e studiò all’Accademia Albertina, allievo di Cesare Zocchi e di Luigi Contratti, poi a Firenze e a Roma. Nel 1934 fu invitato alla Biennale di Venezia con due sue opere, nel 1936 con tre. Nel 1938 si sposò con Adele Böhm, ma quello fu anche l’anno delle infami leggi razziali che estromisero gli ebrei dalla vita pubblica.
Furono diversi gli israeliti che, durante la guerra, si rifugiarono in Val Pellice: un luogo lontano dai bombardamenti (lo studio torinese dell’artista rimase completamente distrutto), dove si poteva contare sulla solidarietà di una popolazione reduce da secoli di persecuzioni. Nel 1943 Roberto e Adele Terracini, insieme alla figlia Lia, che era nata tre anni prima, sfollarono a Luserna San Giovanni. L’8 settembre e il caos che ne seguì suggerirono di salire ancora di quota, fino alla piccola Rorà, con un documento falso a nome Roberto Ferraguti. Era stato realizzato, come molti altri simili, da un dipendente dell’Ufficio Anagrafe di Torre Pellice, Silvio Rivoir, che rischiava la vita per fornire a ebrei e antifascisti carte d’identità contraffatte. All’inizio del 1944 – protetta da un posto di blocco a Pontevecchio – nacque a Rorà una “zona libera”, sotto il controllo partigiano della Brigata Garibaldi. Ferraguti-Terracini stabilì rapporti di stima e collaborazione con i partigiani che amministravano la zona di Rorà insieme agli abitanti del paese. L’artista decise di ritrarre i combattenti per la libertà e di disegnare scene di vita partigiana. Un “racconto in presa diretta”, senza la retorica del dopo. Una preziosissima testimonianza del periodo: i dipinti saranno oggetto – nel dopoguerra – di diverse mostre e pubblicazioni.
A Rorà la famiglia Terracini viveva nella casa di due agricoltori, Giachet e Odilla Pavarin. In quell’epoca accogliere degli ebrei poteva esporre a conseguenze gravissime; al contrario, chi avesse denunciato la loro presenza sarebbe stato premiato per la sua delazione. Ma nessuno fiatò.
Fu l’intero paese a proteggere e prendersi cura degli israeliti nascosti. Con grande ingegno, si costruì un sistema d’allarme funzionale: qualora si fosse scorto il nemico, in paese sarebbe saltata l’energia elettrica. Radio Londra si ascoltava insieme, di nascosto, in trattoria.
Un giorno, caduta la fragile repubblica partigiana, Roberto Terracini fu convocato dal comando tedesco per un controllo: disse di essere un napoletano, rifugiatosi al Nord per il timore dell’avanza degli Alleati. Gli credettero.
La Liberazione fu idealmente festeggiata da Roberto e Adele con la nascita di due gemelli: Laura e David. Nella nuova Italia Terracini tornò alla sua attività artistica e, nel 1952, cominciò a dedicarsi all’insegnamento.
Tenne mostre a Torino, Milano, Buenos Aires; ottenne importanti riconoscimenti in Italia e all’estero. Oggi le sue opere fanno parte di collezioni private in tutto il mondo.